ANALISI SULL’INIZIO DI GIUGNO: STORNO O SON DESTO?

Una concomitanza di eventi negativi ha portato di recente i mercati finanziari a correggere in maniera significativa i rialzi di inizio anno.

 

Prima ancora dell’ormai famosa testimonianza di Bernanke dello scorso 22 maggio, che ha portato i mercati ad anticipare un cambio di rotta da parte della Fed nella conduzione della politica monetaria, le prime avvisaglie di una crisi si erano verificate sul mercato obbligazionario giapponese dove la Bank of Japan, non è stata in grado, o non ha voluto, controllare il forte movimento al rialzo sulla curva obbligazionaria giapponese, causato da una politica monetaria divenuta particolarmente espansiva a partire dall’inizio di aprile.

Il movimento di risalita dei tassi giapponesi ha determinato un riprezzamento generale di tutto il mercato obbligazionario, a partire dagli investitori locali, coinvolgendo poi anche quegli investitori internazionali che avevano voluto anticipare i futuri acquisti di obbligazioni estere da parte degli investitori giapponesi, incentivati dal “cambio di regime” della Bank of Japan, così da determinare una forte compressione di rendimenti e spread su tutti i mercati obbligazionari non in linea con i fondamentali macro.

In Giappone la delusione è stata poi completata dagli annunci del Primo Ministro Abe sul cosiddetto “terzo pilastro” della nuova politica economica giapponese, quello relativo alle riforme strutturali (mercato del lavoro, concorrenza, immigrazione, ecc.), probabilmente il più importante della nuova strategia, che sono stati giudicati deludenti sia per quanto concerne l’ intensità sia la rapidità dell’implementazione.

In questo contesto le dichiarazioni di Bernanke al Congresso  sulla possibile riduzione degli interventi espansivi hanno ulteriormente allarmato gli operatori finanziari, memori delle tensioni che si erano verificate sui mercati finanziari  con il termine sia del QE1, a fine marzo del 2010,  sia del QE2, a fine giugno del 2011.

 

Anche la Bce ha deluso i mercati. Dopo aver segnalato che erano allo studio modalità per veicolare risorse finanziarie al sistema delle piccole e medie imprese sempre più in difficoltà ad accedere al finanziamento bancario, la Bce nella riunione di inizio giugno alla fine non ha partorito nulla, nemmeno una riduzione dei tassi, attesa da una parte del mercato visto il quadro economico non particolarmente brillante.

 

Ad appesantire ulteriormente la situazione si è aggiunta la preoccupazione legata agli ingenti flussi di liquidità che negli  ultimi anni si sono diretti verso i paesi emergenti, attratti dal “carry trade” e da valute in rafforzamento contro il dollaro:  questi investimenti iniziano ora ad essere ridotti in un momento economico non particolarmente favorevole per il complesso delle economie emergenti.

 

Non c’è quindi dubbio che siamo entrati in una fase più difficile per i mercati finanziari. A nostro avviso alcune di queste tematiche sono contingenti e destinate almeno parzialmente a rientrare, mentre altre richiederanno più tempo e quindi maggiore pazienza.

 

Partiamo dalla Fed e da quanto dichiarato da Bernanke. È legittimo pensare che un aumento della volatilità sia voluto dalla stessa Fed. Nei mesi scorsi gli interventi di alcuni esponenti della Fed avevano evidenziato il timore che la politica monetaria ultra-espansiva potesse contribuire a creare delle bolle finanziarie. Da qui probabilmente la decisione di smorzare un’eccessiva esuberanza su alcuni segmenti di mercato e l’obiettivo di riportare quantomeno una più attenta riconsiderazione del rischio.

La riduzione dell’entità degli acquisti effettuati dalla Fed su base mensile potrebbe inoltre avere una sua logica anche alla luce del fatto che il disavanzo fiscale americano si sta velocemente riducendo e quindi è corretto rimodulare il quantitativo in acquisto.

Infine, la riduzione si verificherà solo in presenza di dati sul mercato del lavoro che si confermino robusti e tali da mettere l’economia americana su un sentiero di ripresa economica stabile e duratura. Nel secondo trimestre il PIL degli USA  dovrebbe essere cresciuto ad un ritmo solo leggermente superiore all’1% annualizzato, una performance certamente non brillante.

Pur riconoscendo l’aumento del rischio di un inizio anticipato del cosiddetto “tapering” degli acquisti, manteniamo il nostro scenario centrale secondo cui questa decisione verrà presa solo nell’ultima riunione della Fed di quest’anno, in dicembre. Inoltre rimaniamo convinti che la politica monetaria rimarrà ampiamente accomodante ancora a lungo: gli acquisti di titoli proseguiranno, anche se con un ritmo inferiore, e il primo rialzo dei tassi appare ancora decisamente lontano nel tempo (non prima della fine del 2015 nel nostro scenario). Si potrebbe anzi sostenere che una maggiore aggressività al margine nel breve periodo consenta alla Fed di guadagnare ulteriore credibilità nella prosecuzione di una politica espansiva nel medio termine.

Siamo quindi ben lontani da una “rinormalizzazione” della politica monetaria negli USA ma soprattutto riteniamo che il recente movimento di correzione sui tassi, sia negli USA sia negli altri mercati, ha di fatto già pienamente prezzato una riduzione significativa del QE rispetto ai ritmi correnti.

 

In Europa, nonostante la delusione di quanto fatto dalla Bce che forse sta giocando con la Germania una partita politica più importante sulla Governance Europea, dobbiamo registrare con favore i primi segnali di stabilizzazione dell’economia che arrivano anche dai paesi periferici.

 

Per quanto riguarda il Giappone riteniamo che Abe abbia la forza e la volontà di portare avanti quelle riforme necessarie a far cambiare passo al paese. In una recente intervista rilasciata al Foreign Affairs colpisce la determinazione e l’ispirazione nazionalista che spingono il Primo Ministro e forse tutta la popolazione al cambiamento. Il mercato azionario potrà riprendere tranquillamente a crescere ma avrà bisogno di conferme sul lato delle riforme.

 

Sui mercati emergenti la stabilizzazione potrebbe invece richiedere un tempo maggiore. Una significativa quantità di denaro è stata investita in questi paesi e in alcuni di questi si è assistito ad un lento deterioramento dei fondamentali economici in un momento in cui anche paesi importanti come la Cina fanno fatica a trovare il ritmo giusto per mantenere una crescita vicino all’8%.

NON COSTITUISCE SOLLECITAZIONE AD INVESTIRE, CONSULTATEVI CON UN PROFESSIONISTA.

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