CAMBIA IL MERCATO DEI CAMBI?

Le politiche monetarie espansive delle banche centrali di Stati Uniti

e Giappone continuano a dare adito ad allarmanti discorsi di “guerre

valutarie”. La paura è che ondate di dollari e yen freschi di zecca

si riversino sui mercati emergenti in più rapida crescita, spingendo

al rialzo le divise, indebolendo le esportazioni e creando bolle

speculative locali. In questo scenario, che rappresenta tuttora un

tema centrale durante i vertici finanziari globali, i leader dei mercati

emergenti assumono il ruolo di Re Canuto, il sovrano che tentò

invano di domare la furia delle onde.

È vero che il capitale insegue la crescita, ma dopo la rapida espansione dell’ultimo

decennio le grandi economie emergenti stanno ora rallentando. Dall’India al Sudafrica

le autorità politiche tentano con scarso successo di attirare una maggiore quota di

flussi di capitale globale per finanziare i crescenti disavanzi delle partite correnti. Le

statistiche più significative indicano che lo scorso anno la crescita delle riserve in valuta

estera dei paesi emergenti si è praticamente arrestata. Nell’ultimo decennio, queste

riserve sono aumentate a un tasso medio del 25%, passando da $570 miliardi nel 2000

a ben $7000 miliardi nel 2011. Nell’ultimo anno tuttavia la crescita è enormemente

rallentata, raggiungendo a malapena il 5%.1

L’idea che il denaro continui ad affluire nei mercati emergenti rivela una scarsa

conoscenza del quadro complessivo globale, che vede un calo drammatico dei flussi

transfrontalieri di capitale, scesi del 60% rispetto al picco del 2008.2 Le quote maggiori

di tali flussi riguardano i prestiti bancari, il commercio e gli investimenti diretti esteri,

che evidenziano un rallentamento su scala mondiale. I dati diffusi dall’International

Institute of Finance (Iif) mostrano che nel 2007 i flussi bancari e commerciali avevano

da soli raggiunto un picco del 4,5% del Pil globale, per poi scendere all’attuale 1,5% del

Pil.3 Gran parte del denaro giapponese e statunitense resta ora all’interno dei confini

nazionali, o addirittura ci ritorna.

I media tuttavia tendono a concentrarsi sulla quota relativamente ridotta di flussi

di capitale rappresentata dagli investimenti finanziari che dominano la stampa

internazionale perché incidono sulle quotazioni azionarie e obbligazionarie. Durante

l’intero anno scorso, gli investimenti finanziari hanno continuato ad affluire nei

mercati emergenti a un ritmo vivace. Ora che i flussi verso i mercati azionari emergenti

vanno riducendosi, i mutamenti più ampi dovrebbero presto risultare evidenti a tutti.

Tali mutamenti emergono con chiarezza dai dati dell’International

Institute of Finance e dell’Fmi. Tra il 2002 e il 2007, gli afflussi

netti di capitale privato nei mercati emergenti sono saliti alle stelle,

passando da $100 miliardi a $970 miliardi. Dopo il crollo accusato

nel 2008 e poi nuovamente nel 2009, questi flussi hanno recuperato

solo parte del terreno perduto a quota $770 miliardi circa e il loro

ruolo si è enormemente ridimensionato. Misurati come quota

dell’economia, secondo i dati Fmi i flussi netti di capitale privato

hanno raggiunto il picco nel 2007, attestandosi al 4,35% del Pil dei

mercati emergenti, per poi crollare allo 0,51% nel 2012, soprattutto

a causa del calo dei prestiti provenienti da banche e altri creditori

occidentali4 (cfr. Figura 1). L’ottimismo che nel corso dell’ultimo

decennio aveva spinto importanti banche occidentali a distribuire

prestiti in tutto il mondo è svanito per fare posto a criteri di

finanziamento più stringenti, dalla California ai mercati emergenti.

Un analogo calo è stato rilevato sul fronte dei flussi commerciali,

che ha indotto a parlare di “deglobalizzazione”. Nell’ambito

delle regioni emergenti, mentre la crescita delle esportazioni

è rallentata le importazioni hanno continuato a esibire

tassi di espansione sostenuti, riducendo i saldi delle bilance

commerciali. Il surplus aggregato delle partite correnti dei

mercati emergenti è sceso al di sotto del 2% dal 4% del Pil

nel 2007.5

Queste tendenze determinano un’inversione delle condizioni

dell’ultimo decennio, che aveva visto i capitali esteri accorrere

nelle economie emergenti, spingendo al rialzo il valore delle

rispettive monete e causando la crescita esplosiva delle riserve

valutarie di tali paesi. Tale crescita ha cominciato a rallentare

verso la fine del 2010, allorché il ministro brasiliano delle finanze

Guido Mantega — combattendo, come si suol dire, la “guerra

precedente” — per primo avvertì allarmato che la politica della

Fed avrebbe potuto scatenare una “guerra valutaria”.

Il tema della guerra valutaria continua ad agitare la comunità

finanziaria, sebbene nella maggior parte dei paesi i fattori che

allarmavano Mantega non esistano più. Dal 2011, le valute dei

mercati emergenti si sono in media deprezzate del 10% circa

rispetto al dollaro, mentre il real brasiliano è sceso del 20%

circa.6 Attualmente persino la crescita delle riserve in valuta

estera della Cina —che nel primo decennio del nuovo secolo

aveva raggiunto tassi di gran lunga superiori a quelli degli

altri mercati emergenti —ha accusato un significativo calo. Il

riequilibrio globale dei flussi di capitale sta riducendo l’offerta di

credito nei mercati emergenti, frenando l’espansione economica

della regione. Si tratta di una dinamica inversa a quella osservata

lo scorso decennio, durante il quale i crescenti surplus delle

partite correnti e dei movimenti in conto capitale avevano

determinato un incremento record del credito nei

paesi emergenti.

Dato che le macchine da conio delle banche centrali non si

fermano, permane una domanda: dove si dirigerà il denaro? Le

autorità non possono certo ritenere che affluirà in blocco nei

paesi emergenti, come è avvenuto nei primi dieci anni del nuovo

millennio. Quello fu un periodo eccezionale di rapidissima

espansione per tutte le economie emergenti, che attirarono

enormi flussi di nuovi capitali. Il cieco ottimismo sulla crescita

di altri importanti mercati emergenti si è ora affievolito giacché

molte delle stelle dell’ultimo decennio sono ora alle prese con

seri problemi strutturali. Sembra anzi sempre più probabile che

nei prossimi anni le economie di Brasile, Russia e Sudafrica,

gravate da tassi d’investimento perennemente bassi e da

settori manifatturieri agonizzanti, esibiranno una dinamica

congiunturale inferiore alla media.7

I flussi di capitale restano tuttavia elevati e continuano a

esercitare pressioni al rialzo sulle valute di alcune economie

emergenti, tra cui Filippine, Tailandia e Turchia. Tali

pressioni sono espressione del successo di questi paesi, che

esibiscono fondamentali economici solidi e un’accelerazione

degli investimenti domestici. Il quadro si presenta dunque

nel complesso positivo, giacché è naturale che alcune valute si

apprezzino mentre altre si indeboliscano per motivi legati ai

fondamentali economici. Attratto dalla ripresa congiunturale

di Stati Uniti e Giappone, il capitale globale ha inoltre

riscoperto questi due paesi imprimendo forte slancio ai rispettivi

mercati azionari.

Insomma, dove si dirigerà il denaro? Il dato reale è che la

liquidità in eccesso delle banche centrali di Stati Uniti e

Giappone non deve necessariamente riversarsi all’estero. Si

dirigerà verso aree che presentano prospettive di crescita in

aumento e che superano le aspettative. Finora gran parte del

denaro proveniente da Stati Uniti e Giappone sta ritornando

nei paesi di origine, mentre nei maggiori mercati emergenti Re

Canuto non deve affrontare alcuna minaccia di inondazione.

 

non costituisce consiglio di investimento.

 e’ un report interno riservato a professionisti del settore messo a disposizione dei miei clienti.

prima di effettuare investimenti rivolgetevi ad un professionista.

 

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