IL PREZZO DELLA NORMALITA’

Prendiamoci un attimo per valutare quanto dovrebbe rendere il nostro denaro in condizioni NORMALI e poi l’istante successivo per realizzare che le condizioni tanto normali non sono. Diciamo che sono in via di normalizzazione.

AS THEY SAID…AND WE BELIEVE THEM!

 

Il tasso di inflazione normale cui per mandato devono fare fronte le banche centrali, è stabilito usualmente nel 2% annuo.

Adesso è all’1% …c’è un sacco di disoccupazione …in via di normalizzazione.

 

Il price per risk dei titoli obbligazionari definiti sicuri (per noi il Bund Tedesco ma per il mondo il Treasury Bond USA) è del 2% oltre l’inflazione. Esempio: ti lascio per 10 anni i miei soldi se me li remuneri del 4% annuo.

 

Per l’investimento azionario vale un ulteriore +3%, per un totale minimo annuo del 7%.

 

Attualmente i tassi dei bond che erano ai minimi (poco più dell’1%) stanno risalendo:

Bund 10 anni Germania: 1,9% – 2%

Treasury bond USA: 2,8%

Bot italia 10 anni: 4,5%

 

Detto tutto ciò non resta che chiarire come gli scossoni sul mercato dei Bond, dettati dalla ventilata riduzione del Quantitative Easing non ancora iniziato, ha bruscamente spostato gli investimenti a lunga dai paesi emergenti che rendevano di più, nuovamente verso i paesi più solidi…meno liquidità e più solidità.

Per ora rendimenti bassini.

 

Siamo alla finestra e aspettiamo che passi il lattaio.

 

allego interessante articolo:

Big Bang Bond – Titoli a breve con rendimenti troppo bassi e rischio crescente di rialzo dei tassi di mercato per i Paesi core. I bond sono a un punto di svolta. Ma un modo per proteggersi esiste.

di Marco Barlassina

Un nemico silenzioso serpeggia sui mercati. E non riguarda il tanto dibattuto scoppio di una possibile bolla sull’azionario. Nei prossimi 12 mesi occorrerà piuttosto fare i conti con il grosso rischio di un ritorno alla normalità e di possibili perdite sui bond. A dirlo sono diversi gestori internazionali. Il timing esatto non è certo ma i mercati anticipano, e c’è chi parla espressamente di una battaglia nei prossimi 12 mesi, prima che i tassi d’interesse riprendano a salire effettivamente.

Al centro di questa preoccupazione vi sono chiaramente gli Stati Uniti, dove gli ultimi messaggi emersi dai verbali della Federal Reserve diffusi il 23 maggio hanno lasciato intuire la necessità di prepararsi alle conseguenze di una rimozione, o quantomeno di una riduzione, del quantitative easing, il processo di acquisto di bond per 85 miliardi di dollari al mese deciso lo scorso anno dalla Banca centrale americana. Alcuni membri della Fed hanno chiarito che gli acquisti sui mercati potrebbero rallentare già a partire dal mese di giugno.

Anche il gestore considerato il re dei bond, il fondatore di Pimco, Bill Gross, ha dichiarato attraverso il suo account Twitter che la trentennale corsa rialzista dei bond governativi si è esaurita, indicando anche il punto esatto di questo stop: lo scorso 29 aprile.

In effetti il rendimento sui Treasury decennali (i titoli di Stato Usa a 10 anni) ha registrato proprio dal 29 aprile scorso un incremento del 20%, salendo dall’1,67% al 2,01 per cento. Va ricordato che per i titoli di debito a tasso fisso il valore di mercato è inversamente proporzionale al livello dei tassi d’interesse di mercato; quindi quando quest’ultimo sale, il titolo in portafoglio vale di meno.

Nel far scattare questo processo è stato determinante il miglioramento dei dati economici negli Stati Uniti (soprattutto sul fronte occupazionale), che qualora dovesse mostrarsi sostenibile provocherebbero l’allentamento graduale degli acquisti di titoli.

Parrebbe una condizione estremamente diversa da quella europea, dove la Bce ha solo recentemente tagliato i tassi al loro minimo storico. E allora dov’è il rischio per un investitore europeo e nello specifico italiano?

Non mancano i gestori convinti che sia necessario anticipare oggi la svolta che avverrà in futuro anche nell’area euro soprattutto in considerazione del fatto che i rendimenti dei titoli di Stato dei Paesi core europei sono scesi a valori incomprimibili, con quotazioni di conseguenza alle stelle. Nel portafoglio di un piccolo investitore gli interventi da intraprendere dipendono naturalmente dalla duration o durata media finanziaria (l’indicatore usato per misurare l’impatto del rischio tassi) dei titoli: un titolo comprato sotto 100 con una scadenza a tre o quattro anni subirà solo un impatto teorico, ma non perdite in capitale al momento del rimborso finale. Un bond acquistato sopra 100 subirà effetti da entrambi i punti di vista. Un titolo trentennale infine risentirà molto di più di queste dinamiche.

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